‘Efficiency and Effectiveness of the EU Budget’ – 1 ottobre 2015 – European University Institute

05.11.2015

 

L’1 e 2 ottobre 2015 si è tenuto, presso l’European University Institute di Fiesole (Firenze), un workshop dal titolo: “Efficiency and Effectiveness of the EU Budget”. Si riportano, in tale resoconto sommario, le principali posizioni espresse nella giornata dell’1 ottobre. Dopo il benvenuto di Joseph Weiler (Presidente dell’EUI) e i saluti di Kristalina Georgieva (Vicepresidente della Commissione europea dal 1 novembre 2014 e Commissario europeo per il bilancio e le risorse umane) ha preso la parola il Ministro italiano dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan.

 

Il Ministro ha esordito dicendo che parlerà del suo punto di vista su ciò che sta accadendo in Europa e discuterà delle crisi: quella Greca, quella europea e quella dei rifugiati. Il progetto europeo è in una fase difficile non solo a causa della crisi ma anche perché l’Europa ancora non è uscita dalla crisi finanziaria, la ripresa è fiacca, persiste la disoccupazione e da notizie recenti la deflazione è dietro l’angolo. C’è dunque bisogno che l’Europa faccia meglio, non solo per migliorare i dati macroeconomici, ma anche perché i cittadini europei si stanno stancando di non vedere buoni risultati; sono preoccupati perché sia loro che i loro figli non hanno lavoro e si chiedono se il governo li stia aiutando e se stia provvedendo al welfare. Naturalmente questo ha molto a che fare col budget nazionale. La domanda è: che cosa può fare il budget europeo? Può fare tutta la differenza. E’ arrivato un momento in cui c’è il rischio che prevalgano le soluzioni nazionali e manchino le soluzioni europee. È necessario prendere l’Europa in modo serio e dire: questo è quello che chiedono i 28 Stati membri, difficilmente attuabile in una modalità coerente ex-ante, ma qui c’è la soluzione europea che sta ad un livello più alto di compromesso tra le soluzioni nazionali. Il budget europeo è uno strumento che può fare la differenza, perché fornisce un valore aggiunto. Il futuro dell’Unione monetaria è largamente collegato al progresso delle istituzioni europee e al miglioramento della governance. È il momento giusto per discutere a livello politico del futuro delle politiche monetarie. E’ il momento giusto per discutere anche delle istituzioni europee. Anche se questo va contro il bisogno di affrontare i problemi giornalieri o annuali, allo stesso tempo non si può semplicemente dire che una volta sistemato il budget si è alla fine del compito, ma si deve riuscire ad agganciare la sfida di trovare una soluzione immediata per il bilancio e legarla ad una prospettiva di lungo termine.

Il rischio che Padoan vede è che nazioni, governi e ministri accettino solo la discussione a breve termine perché il lungo è troppo lontano. Ritiene che si dovrebbe resistere a questa tentazione e tentare di identificare una visione dell’UE per il futuro. Questo già accade in molte situazioni. Il budget europeo promuove infatti iniziative finanziarie, progetti di ricerca, network trans europei, coesione economica e sociale, sostenibilità delle risorse ambientali europee. Questo significa andare nella giusta direzione. Ma cosa dire a proposito del futuro? La risposta è correlata alle condizioni economiche ed ora l’economia non è in una situazione felice. Il supporto politico e sociale all’idea di una macchina politica Europa è un terreno perdente. Si vede in tutte le nazioni. Gli euroscettici hanno diversi colori, ma alla fine sono tutti uniti contro l’idea europea perché a loro sembra parte del problema piuttosto che una soluzione.

Padoan passa poi a chiedersi quale sia la strategia economica dell’Europa oggi. Qual è il mantra che i ministri delle finanze si ripetono quando si incontrano? Il primo è che l’Europa richiede più investimenti e la domanda allora diventa: che cosa può fare uno strumento pubblico? La risposta ovviamente è il piano Juncker. Il piano prevede che il contributo marginale pubblico, assumendo il ruolo di assunzione del rischio, possa guidare il settore privato in modo che l’investimento privato risulti moltiplicato. Nell’agenda strutturale si trova una lunga lista di riforme strutturali che vanno dall’amministrazione pubblica al mercato del lavoro, ma coinvolge anche tutte le cose che sono necessarie nella tecnologia economica di base, compreso il sistema educativo. Il sistema educativo è una struttura chiave, se non la più importante per accelerare la crescita.

Un altro punto è: come può la leadership pubblica, inclusa quella economica, a livello UE fare da detonatore all’agenda strutturale? Qui gli esempi che riporta il Ministro sono le riforme strutturali nazionali, che possono avere beneficio dal supporto economico, soprattutto all’inizio a causa dei costi iniziali. Cosa ha che fare il bilancio con ciò? Senza entrare nei dettagli, ma qualche volta le risorse possono supportare le iniziative strutturali non soltanto per le infrastrutture, ma anche per altri tipi di strutture. Devono essere specifiche per ciascuna nazione ma devono anche essere sopranazionali. Se una nazione, infatti, ha successo con l’agenda delle riforme strutturali, anche le nazioni vicine avranno benefici.

A Padoan piacerebbe vedere una crescita europea – nel lungo periodo – nella tecnologia. Si deve costruire un sistema che ponga le menti degli europei, specialmente dei giovani europei, nella migliore posizione per costruire il loro sapere. Il che significa non solo aumentare la loro istruzione, ma anche connettere l’istruzione alla comunità aziendale, trovare strumenti finanziari, fiscali e regolatori per facilitare questo percorso. Può sembrare molto in stile USA e lo è, ma si può imparare dai buoni comportamenti degli altri.

Tutto questo porta a considerare altre problematiche. Uno dei problemi dell’amministrazione pubblica, almeno in Italia, è che quando si parla di investimenti ci devono necessariamente essere le risorse ma soprattutto ci devono essere i progetti. Così un altro elemento che può aumentare il valore aggiunto è come generare la capacità nelle amministrazioni pubbliche, possibilmente in collaborazione con il settore privato, di implementare i buoni progetti. Questo significa che al di là della quantità di risorse che il bilancio pubblico può fornire bisogna contribuire al processo di selezione e di formazione dell’amministrazione pubblica. Tutte queste cose, secondo il Ministro, possono essere raggiunte senza grandi cambiamenti se c’è il necessario supporto politico.

Mario Monti sta preparando un documento che sarà discusso nel prossimo anno. Senza entrare nei particolari, una sola cosa: le questioni concernenti le tasse sono molto delicate, questa non è una novità, ma sono molto delicate localmente e sono profondamente delicate quando si introduce una questione di tasse all’Ecofin. Ci sono alcune aree, anche grazie alla crisi, in cui le nazioni cominciano a riconoscere che la dimensione europea possa essere una buona cosa. Un altro punto nella fase di attuazione e nella discussione della quale l’Italia è coinvolta è l’FTT (financial transaction tax). Questo cambierebbe il quadro, il resto delle nazioni si troverebbe di fronte all’idea che si può raggiungere la cooperazione in materia di tasse. Si introduce la domanda: quando avremo un modo comune di tassare come faremo con le entrate? Questa è una cosa che accadrà nel futuro, ma le cose stanno cambiando e non è più una questione accademica.

Padoan passa poi ad un altro punto: la dimensione politica. Quali sono  i fattori chiave? C’è un fattore chiave che è portato avanti da molte nazioni: le nazioni vicine possono cercare di imbrogliarti o almeno si pensa che vogliano imbrogliarti. Si tratta di un problema di mancanza di fiducia tra le nazioni. Questa è una sensazione che si può sentire fortemente in certi meeting. Atteggiamento che naturalmente non porta da nessuna parte.

Questa è una parte del problema, l’altra è la condivisione del rischio; si deve avere fiducia reciproca perché bisogna fare delle cose che non sono per la nazione A o B, ma europee. Un esempio molto semplice è il “single resolution fund” (SRF), un meccanismo col quale si prende lentamente denaro nazionale e viene versato in un canestro da dove riesce, in alcuni anni, con la bandiera europea, diventando qualcosa che i singoli paesi non possono reclamare come proprio perché è diventato un denaro al quale ognuno può attingere secondo regole comuni. Questo ha a che fare con la condivisione del rischio. Se non dai fiducia al vicino non metti denaro nel piatto perché hai paura che il vicino te lo porti via. Naturalmente ci sono problemi di consenso a livello domestico.

Questi sono i due risultati della crisi: il primo è stato quello di distruggere la fiducia e l’altro è che se sopravvivi alla crisi hai una grande opportunità di cambiamento. Questa crisi ha generato un impeto a costruire istituzioni comuni. Padoan preferisce guardare al bicchiere mezzo pieno e conclude dicendo: non sprechiamo una buona crisi.

 

Dopo l’intervento del Ministro Padoan, si apre il primo panel presieduto dal Prof. Carlos Closa, incentrato su come i contributi dell’UE sono percepiti dai beneficiari. In questo primo panel non sono intervenuti accademici, ma personalità con altri profili, con brevi interventi individuali.

Sono intervenuti la Dott.ssa Ludovica Agrò, Direttore generale dell’Agenzia italiana per la coesione territoriale; Hans-Jörg König, Staatssekretär del Ministero delle finanze della Sassonia (intervenuto con un videomessaggio); Giada Mennuti, della Enterprises Europe Network, Italia (ente che sostiene le imprese europee nel loro processo di internazionalizzazione ed innovazione) e, infine, David Stefano Zolesi, Executive Director della Kayser srl (azienda italiana di sistemi aerospaziali).

 

Si è successivamente aperto il secondo panel, dedicato al budget dell’UE come valore aggiunto, e presieduto da Brigid Laffan (Direttore del ‘Robert Schuman Centre for Advanced Studies’ dell’EUI). Le domande poste nel panel erano le seguenti: come può essere misurata l’efficienza? Il denaro va effettivamente dove si intende mandarlo? Vengono raggiunti gli obiettivi politici? L’attuazione viene correttamente gestita e monitorata? Come può la valutazione ex post dell’impatto influenzare la legislazione?

 

Ha preso la parola Kristalina Georgieva. All’interno della Commissione europea la principale innovazione è stata trasformare la vicepresidenza da titolo a funzione. Nella precedente Commissione il vicepresidente non aveva la responsabilità di coordinare gli altri. Vi era però l’esigenza di creare un coordinamento e è stata felice di parlare con Juncker della funzionalità della Commissione, dove ora il vicepresidente può avere un ruolo di guida.

Le priorità sono investire nel lavoro e nella crescita, allargare e approfondire il mercato interno, espandere il commercio soprattutto con gli Stati uniti con il TTIP, misurarsi con la migrazione, ma anche col deficit democratico. Dov’è il budget in tutto questo? Il modo in cui si gestisce la raccolta e la spesa del denaro è molto importante per la priorità della distribuzione nella Commissione. Dai primi giorni si è parlato di “budget focused on results”. Quando in Commissione si è cominciata questa discussione, il termine che aleggiava era “better spending”. Ma durante la negoziazione del MFF (Multiannual Financial Framework) ci sono state delle interpretazioni di alcuni termini e soprattutto di “flessibilità” e “better spending”. Flessibilità veniva intesa come “più denaro” e better spending come “meno denaro”. Quindi c’è stato bisogno di termini che non venissero caricati  di significati particolari. Rispetto al precedente periodo di programmazione, la nuova programmazione è molto più orientata verso il rendimento. L’orientamento verso la risposta mondiale è fatto in tre modi:

1 – i progetti per i quali non si richiedono indicatori per la prestazione. Come dire che semplicemente non si può avere denaro e basta; si deve dire che cosa si vuole raggiungere con il denaro che si è ricevuto;

2 – sono state introdotte delle condizioni macroeconomiche. Il Ministro Padoan ha parlato di riforme strutturali e del loro collegamento col budget. La Georgieva enfatizza questo punto perché se si crea con il budget un programma per sostenere, per esempio, il mercato del lavoro e la creazione di nuovi posti di lavoro, ma viene impiegato in un mercato del lavoro completamente disfunzionale dove ci sono ogni genere di distorsioni, allora si sta sprecando il denaro; perciò quando la Commissione sostiene un programma deve sapere che questo programma viene attuato in un contesto macroeconomico e strutturale che condurrà a risultati positivi;

3 – sono state introdotte delle riserve di “performance”. Questo è molto importante perché è un incentivo. Ricorda i suoi giorni alla Banca mondiale dove c’era una grande spinta per i risultati e una delle conseguenze non volute era che le persone spostavano il denaro su programmi che erano molto facili da  misurare. Per esempio mettere i ragazzi nelle scuole. E’ facile da misurare. È una buona cosa, ma non bisogna dimenticare che ci sono infrastrutture da costruire, innovazioni che devono essere stimolate. Quindi non è semplice usare un solo indicatore. Con l’entusiasmo del nuovo periodo di programmazione, si è cercato di dare un senso agli indicatori che sono stati introdotti per i progetti ed i programmi ed il risultato è che i suoi colleghi della Commissione si trovano in difficoltà perché hanno molti indicatori, ma non un modo facile per usarli.

In che cosa consiste il sistema di budget focused on results? Consiste di 4 parti:

1 – dove si spende; 2 – quanto si spende; 3 – come si valutano i risultati; 4 – come si comunicano i risultati.

Rispetto alla prima domanda, cioè dove si spende, la risposta è che se ci sono delle priorità, il budget deve essere allineato a queste. Se si ritiene che creare lavoro e crescita sia una priorità, si deve creare un aumento del budget che vada in quella direzione. Se avere a che fare con la crisi dei rifugiati è una priorità si deve alzare il budget in questa direzione.

Recentemente sono state tirate fuori le prime proposte del budget che si terrà nel maggio 2016 e ci sono tre aree di maggior interesse: competitività sul lavoro e sulla crescita, migrazione, azioni esterne. Quando la Commissione ha mostrato questo ai Parlamenti nazionali, che cosa hanno fatto? Hanno tagliato. Come? Non hanno tagliato l’80% circa che va nelle dotazioni nazionali, hanno tagliato al di fuori della dotazione nazionale. Questo ora sta cambiando perché c’è un grande accordo di sovranità e di focalizzazione nel contesto della crisi dei rifugiati. Se si prende ad esempio uno Stato come l’Italia dove ci sono fondi per l’agricoltura, i fondi della 2020, i fondi di coesione strutturale, si deve valutare come tutti questi aspetti concorrano all’obiettivo Italia e a come si connettono. Questa dovrebbe essere una questione di senso comune, ma si sa che il senso comune non è poi molto comune.

Secondo punto. Quanto si spende? Si potrebbe parlare di molti aspetti, ma l’attenzione deve essere focalizzata su un punto che è la ancora eccessiva burocrazia. Persone che hanno accesso ai finanziamenti quasi preferiscono non averli, poiché per avere quel denaro avranno molti più problemi di quanti ne possano sopportare. Si deve dunque lavorare per la semplificazione.

Terzo punto: come si valutano i risultati?  Una cosa è il “tasso di errore” e una cosa diversa è il “tasso di errore residuo”. In molti casi l’errore è veramente un errore, per esempio perché non vengono riempiti i moduli in modo corretto. Talvolta è peggio di un errore. Sfortunatamente il tasso di errore non differenzia l’errore dalla frode e dalla corruzione e nella mente del pubblico viene tutto amalgamato e percepito come frode. Per peggiorare le cose, l’errore viene corretto. Se nel 2013 è stato fatto un errore, nel 2014 viene corretto. Ma nel 2013 rimane come errore e durante la realizzazione del progetto lascia la sensazione che è peggiore di quanto lo sarà alla fine.

Poi viene il rendimento. Si deve decidere che cosa è esattamente il rendimento. Misurare quello che origina la Commissione è facile, ma misurare quello che viene fuori è un discorso molto più complesso.

L’ultimo punto è: come si comunica ciò che viene fatto? Si dovrebbe comunicare in un modo molto più politico, più coerente e sistematico. La Commissione oggi è molto trasparente. Ogni cosa è registrata ma non è chiaro dove esattamente, perché ogni programma ha il suo sito web e quindi si crea una difficoltà nella comunicazione. Bisogna arrivare al punto in cui si fanno studi sistematici, come quelli che sono stati fatti per esempio per l’impatto dei fondi di coesione in Lituania, Polonia e Lettonia: questi studi concludono che i fondi hanno aumentato il prodotto interno lordo del 2,1% in Lettonia, dell’1,8% in Lituania e dell’1,7% in Polonia. Ma questa è una piccola fetta, un piccolo studio. Servirebbe un database dove si caricano i progetti che si presentano, quale la spesa e quali i risultati, in modo sistematico e comprensibile. Anche Kristalina Georgieva ritiene che c’è una crisi “favolosa” che non deve essere persa, ma che anzi bisogna uscire da questa crisi molto più forti.

 

Giacomo Benedetto (Royal Holloway, University of London) si chiede innanzitutto che cosa si intende con la locuzione “valore aggiunto”: un meccanismo col quale la UE fornisce una spinta extra alle attività economiche. Per spiegare questo concetto bisogna riferirsi ad uno schema economico, per esempio a quello sulle politiche agricole, in particolare al CAP (Common Agricultural Policy). Questo meccanismo di distribuzione di finanziamenti per l’agricoltura va reso più efficace e più generoso, pur sempre tenendo conto del rapporto costo-beneficio e dell’uso della compensazione. Bisogna anche ridiscutere e migliorare il meccanismo del bilanciamento perché alcuni Stati contribuiscono più di altri. Riassume poi la storia di questi finanziamenti e le più importanti ipotesi di gestione degli stessi. Nel 2010 Heinemann stabilisce delle quote di distribuzione delle risorse, le quali, dopo l’elargizione vengono sottoposte a compensazione sia in caso di eccesso che di difetto. Queste quote vengono stabilite sulla base del rapporto reddito nazionale lordo/prodotto interno lordo piuttosto che su priorità politiche. Nel caso specifico del Regno Unito è accaduto che il ricevere di meno in prima istanza portava a grandi benefici nella fase di compensazione. Nel 2012 Blankart e Koester propongono che i membri dell’eurozona aumentino la cooperazione e adottino un budget intergovernativo per finanziare beni comuni. Il punto debole di questa posizione è che le istituzioni intergovernative tolgono forza all’UE. Rimane inoltre il problema di che cosa accade al budget UE residuo. Nel 2012 Milio introduce la politica di coesione per cui le priorità di distribuzione sono quelle sociali e non quelle economiche. Altre ipotesi di gestione dei fondi includono un cofinanziamento del CAP con un’aggiunta volontaria con percentuali che potrebbero essere 75:25 o 90:10. Ulteriore ipotesi è  quella di istituire un budget de-facto, superiore dell’1% al reddito nazionale lordo. Questa modalità fisserebbe per legge l’entità dei  finanziamenti e li renderebbe più controllabili. Ancora si potrebbe pensare a una CAP cofinanziata per regioni convergenti (in Europa sono definite regioni convergenti quelle che presentano un prodotto interno lordo minore del 75%  rispetto alla media dei prodotti interni lordi dei paesi UE, come stabilito dalla decisione della Commissione (2006)3475 del 4 agosto 2006) e per H1a (nel MFF – Multiannual Financial Framework – si intendono come appartenenti al comma H1a gli argomenti focalizzati sulla ricerca, l’innovazione, l’istruzione e le grandi infrastrutture).

 

Eulalia Rubio (Notre Europe, Belgio) presenta una relazione il cui scopo è di analizzare come la nozione di “valore aggiunto” viene usata nei dibattiti e nelle negoziazioni sul budget dell’EU.

Ci sono 4 modi principali di intendere questo concetto:

1 – Valore aggiunto per il fatto di agire a livello europeo piuttosto che nazionale;

2 – Valore aggiunto per i benefici derivanti da una buona gestione;

3 – Valore  che viene dallo spendere in un’area politica piuttosto che in un’altra;

4 – Valore che deriva dall’effetto politico collaterale positivo per l’UE in termini di miglioramento delle pratiche politiche nazionali, visibilità del progetto UE, ecc.

L’uso più diffuso del concetto di valore aggiunto è quello collegato al primo punto. In questo caso il valore aggiunto deriva dal fatto che un intervento della UE è addizionale rispetto al valore che si sarebbe creato con l’azione del singolo Stato membro. Inoltre si suppone che sia il risultato di un rigoroso criterio di assegnazione valorizzando così l’obiettivo da raggiungere.

Per quanto riguarda il secondo punto va verificata la buona gestione e la realizzazione dei progetti con accurate valutazioni dei risultati conseguiti, anche con l’inclusione di indicatori di aderenza alla politica di coesione. Ritiene che a questo riguardo sia fondamentale verificare che ci sia addizionalità finanziaria delle risorse UE che non devono sostituire la spesa nazionale, ma aggiungersi ad essa, in linea con i principi della politica di coesione. Inoltre le risorse finanziarie UE devono creare sinergie positive con le spese nazionali e assicurare che queste siano allineate con l’interesse UE.

Il terzo punto comprende anche il costo della perdita di alcune opportunità rispetto ad altre che vengono privilegiate e si traduce in scelte politiche. La valutazione di questo tipo di risultati è difficile perché si tratta di mettere a confronto beni pubblici molto diversi sia nel valore oggettivo che nel peso politico.

Il quarto punto introduce la possibilità che gli aiuti economici vengano forniti in modo strategico funzionale agli obiettivi UE e anche rendendo la UE più visibile agli occhi dei cittadini. Negli ultimi anni molte spese della UE sono state fatte per promuovere il buon governo o per indurre cambiamenti a livello nazionale. Sono stati creati dei “contratti di riforma” per indurre le nazioni dell’Unione monetaria ad intraprendere riforme strutturali necessarie. Vengono stanziati fondi per creazione di “hot spots” per aiutare nazioni di frontiera ad applicare le regole comuni UE sul diritto di asilo. Nello stesso tempo si può usare la diminuzione della spesa per sanzionare quelle nazioni che non applicano le decisioni UE sulla distribuzione dei rifugiati.

 

Conclude il panel l’intervento di Michael Shackleton (Maastricht University). È felice di essere ritornato sul “pianeta budget” per vedere che cosa è successo durante la sua assenza e di vedere che molte cose non sono cambiate o sono cambiate molto poco. Non è sorpreso, ma depresso perché ha letto l’articolo di Giacomo Benedetto che indica l’abolizione della possibilità per il Parlamento di dare la metà del tasso massimo di aumento rispetto ai vecchi Trattati e quindi sarebbe difficile avere cambiamenti sulla bozza adottata dal Consiglio. La dimensione nazionale dei bilanci non è cambiata, però è cambiato il quadro di più ampio respiro all’interno del quale analizzare le situazioni nazionali. Non è sorpreso nel vedere la lotta burocratica, niente di nuovo; tuttavia nota che si sta svolgendo in una nuova cornice. Prova invece orrore nel vedere che si sta ancora discutendo dell’area dell’errore in ogni stadio del budget, vent’anni dopo. Se si applicasse lo stesso tasso di errore a quelli nazionali, si vedrebbe che non sono molti quelli che si trovano sul margine dell’errore e immuni da frodi. E’ molto difficile uscire dalle discussioni nazionali. C’è una differenza: è che viene comunicato alla gente e lo stesso articolo viene scritto ogni anno. Esaminando il discorso sulla semplificazione ritiene che sia giusto dire che è diventato molto di più un problema dopo la Commissione Santer nel 1999, che ha portato le persone ad avere meno fiducia nella Commissione. La cosa più interessante sono le relazioni tra gli addetti al budget e il mondo esterno. È sempre pericoloso essere degli specialisti nel mondo del budget; non c’è molta gente al di fuori di questo mondo che capisce la differenza tra pagamento e impegno di stanziamento. Non è facile spiegare queste cose. Ritiene che ci sia il pericolo che le persone che stanno in una bolla di specializzazione ignorino che cosa c’è al di fuori.

È interessante notare che nessuno ha menzionato per l’intera giornata la possibilità che i problemi del Regno Unito possano essere risolti con la possibilità che il Regno Unito esca dall’Unione europea. Non che stia spingendo in questa direzione, tuttavia Giacomo Benedetto ha cercato di creare quello che sembra un insieme di possibilità poco credibili per risolvere questi problemi. Il budget del Regno Unito con Tony Blair è un po’ cambiato, ma gli sembra che cambiamenti più radicali siano completamente inconcepibili nel contesto attuale.

Riprendendo la questione della comunicazione del valore aggiunto, dice che gli ha fatto molto piacere ciò che ha detto Eulalia Rubio. Il concetto di valore aggiunto ha diversi significati ma soprattutto nei termini della sua prima definizione bisogna avere un consenso su ciò che è il bene pubblico. È difficile stabilire qual è il bene pubblico nel contesto britannico. Nel Regno Unito c’è un blog molto interessante tenuto da un gruppo che si chiama “scienziati per l’Europa” (che voi ci crediate o no, esiste gente così nel Regno Unito) che fa il punto in modo molto completo e estremamente intelligente, e dicono: non soltanto noi in Gran Bretagna riceviamo di gran lunga più denaro di tutti gli altri nelle università e non possiamo immaginare come i progetti di ricerca possano funzionare nelle università se a Cambridge non lavorassimo con Leyden, con Bonn, con Roma e con gli altri. Giusto per dimostrare che questo è vero, guardiamo che cosa accade in Svizzera. I ricercatori svizzeri a causa della rottura con l’Europa sono andati dal governo a chiedere di pagare il denaro extra che veniva prima fornito dall’Europa per provvedere al finanziamento per i progetti. Questo è un argomento molto forte. Tuttavia se guardate quel blog e leggete quello che ha scritto la gente, vedrete che non accettano. E’ molto difficile comunicare questo concetto. Per chi ha passato tanto tempo nelle istituzioni europee è evidente, ma loro dicono: noi potremo fare da soli e non abbiamo bisogno che esterni interferiscano con noi e non vogliamo avere a che fare con un’altra autorità. Questi discorsi non hanno senso. Valore aggiunto è un concetto al quale non si può assegnare un significato oggettivo; è impossibile, è essenzialmente un significato politico.

Shackleton ha guardato la relazione del gruppo di Mario Monti sulle risorse. La terminologia gli ricorda quella di tanti anni fa, con una difficoltà ad uscire fuori dallo visione “zero virgola” dell’Unione. Qualcuno dà e qualcuno perde. Non si riesce a concepire la nozione di qualcosa che procuri beneficio a tutti. Shackleton capisce che c’è una differenza nel modo di concepirla dei britannici e dei continentali. Ritiene che l’unico modo in cui si può cambiare questo è quello di cambiare le preferenze politiche che è ciò che diceva Padoan.

La più grande ansietà che ha in relazione a questo referendum è data dal fatto che tutte le persone che incontra nel mondo politico non parlano del budget europeo. Crede che sarebbe interessante incontrare alcuni ministri britannici, che dopo tutto ricevono un bel po’ di denaro dal budget: non dicono una parola sul budget e se non se ne parla allora non esiste.

Quello che accade nell’Unione europea è una forma di accordo e l’accordo più importante che è stato fatto sul budget è quello del 1995 con la creazione di un singolo mercato europeo e con la politica di coesione per i nuovi membri. Questo è il più importante accordo che sia mai stato fatto in relazione al budget. Non sa quale potrebbe essere il nuovo accordo, ma gli sembra che è così che l’Unione Europea può avanzare. Può essere confusionario, ma è in questa direzione che si deve andare piuttosto che verso il federalismo fiscale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a cura di Luca Bartolucci