Presentazione del volume "Teoria e critica della globalizzazione finanziaria. Dinamiche del potere finanziario e crisi sistemiche" di Giuseppe Di Gaspare

28.05.2013

Teoria e critica della globalizzazione finanziaria. Dinamiche del potere finanziario e crisi sistemiche

 

Resoconto del Seminario tenuto il 14 novembre 2012 in occasione della presentazione del volume di G. Di Gaspare.

Interventi di G. Alpa, L. Caracciolo, S. Cassese, M. De Cecco, M. Egidi, S. Maffettone.

Resoconto a cura di Valeria Cusseddu 

 

 

Lo scorso 14 novembre presso la sede principale della Luiss Guido Carli, si è tenuta in aula gremita di persone interessate, tra cui docenti, esperti e studenti, la presentazione del libro “Teoria e critica della globalizzazione finanziaria. Dinamiche del potere finanziario e crisi sistemiche”, edito di recente dalla Cedam e scritto da Giuseppe Di Gaspare, professore ordinario di Diritto dell’Economia. L’evento è stato aperto con il saluto del Rettore della Luiss Massimo Egidi, che ha introdotto il volume con una riflessione sul problema, evidenziato nel libro, relativo al ciclo politico sullo sfondo delle relazioni economiche tra gli Stati e degli esiti dei tentativi di gestione della crisi.  Gli interventi, che si sono susseguiti nei successivi novanta minuti circa, sono stati coordinati dal Professor Maffettone, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, che ha espresso grande soddisfazione  per la pubblicazione del volume del prof.  Di Gaspare, anche per aver centrato nel pieno, col suo lavoro, interessi teorici e obiettivi di carattere interdisciplinare del Dipartimento.

Hanno preso la parola, nell’ordine, il giudice della Corte Costituzionale Sabino Cassese, il Lucio  Caracciolo, Direttore della rivista Limes, tra i massimi esperti di geopolitica, Guido Alpa, ordinario di diritto privato alla Sapienza e Presidente del Consiglio Nazionale Forense, e infine l’economista Marcello De Cecco.

Nel corso del primo intervento, sono state sottolineate dal Professor Sabino Cassese le principali caratteristiche di stile e metodo del libro, e evidenziandone alcune tesi di fondo, che hanno poi costituito la base di riflessione per tutti gli interventi. 

Per quanto riguardo lo stile e il metodo, Cassese coglie nel volume due aspirazioni di fondo, l’una di tipo scientifico tesa alla spiegazione e ricostruzione problematica della storia economica e delle istituzioni degli ultimi quarant’anni, l’altra non scientifica, caratterizzata dalla tendenza dell’autore ad affiancare allo stile rigoroso e argomentato del metodo scientifico, lo stile provocatorio, deciso nelle conclusioni e irriverente tipico del pamphlet. Drastica, ritiene Cassese, la scelta di selezionare solo 28 autori come punti di riferimento bibliografici, anche se i principali nella copiosa letteratura sulla crisi, in grado di riempire con i propri libri l’intero reparto di una libreria, ma di rapida obsolescenza.

Ed è proprio da tale vastissima letteratura, focalizzata su una analisi limitata alle cause e fattori contingenti della crisi, che il volume del prof Di Gaspare si distingue per l’attenzione alle dinamiche storico-istituzionali di lungo periodo attraverso le quali la fenomenologia della crisi è ricostruita alla luce di un quadro storico più ampio, quale si è delineato dopo il crollo del sistema di Bretton Woods dando vita a un sistema economico-finanziario totalmente nuovo. “Teoria e critica della globalizzazione finanziaria”, offre dunque, secondo Cassese, una utile e importante chiave di lettura per interpretare insieme storia e cronaca recente.

Il Professore passa così a presentare e discutere la tesi di fondo del volume, secondo cui in questi 40 anni si è passati dal sistema dell’economia mondo, basata sullo sviluppo del commercio internazionale e caratterizzata dalla strumentalità della moneta agli scambi in beni e servizi dell’economia reale, alla globalizzazione finanziaria, caratterizzata da un ribaltamento di tale strumentalità e, dunque, dall’asservimento dell’economia reale alla speculazione finanziaria. In questo processo un ruolo determinante è stato giocato dalla politica di deregulation, inaugurata dall’amministrazione americana con l’abrogazione del Glass Steagall Act, volta alla progressiva eliminazione di ogni barriera giuridica e regolamentare alla circolazione dei capitali. Il nuovo spazio deregolamentato è stato il terreno in cui si è potuta sviluppare e affermare la speculazione finanziaria e in cui si sono create tutte le condizioni per lo scoppio della crisi economico-finanziaria ancora in corso. Il Professore sviluppa al riguardo alcune considerazioni volte a smorzare in parte la posizione molto critica, assunta da Di Gaspare, sia rispetto al fenomeno della globalizzazione finanziaria trainata da dinamiche speculative sia rispetto al ruolo svolto, non solo dalle politiche nazionali, ma anche da istituzioni internazionali come il WTO, nel favorire l’abbattimento delle barriere alla libera circolazione dei capitali. A partire da un passaggio del volume in cui Di Gaspare afferma che “con il WTO il ribaltamento di paradigma è completato. I movimenti dei capitali sono liberi e la strumentalità della circolazione monetaria a quella delle merci e dei servizi è formalmente rimossa”, Cassese si chiede se il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, caratterizzato dal capovolgimento del rapporto di strumentalità della finanza all’economia reale, non sia da ricondurre in primis a un fattore tecnologico piuttosto che al movente speculativo. Lo sviluppo di un’economia finanziarizzata pare infatti a Cassese come l’inevitabile conseguenza dell’informatizzazione degli scambi economici, che ha reso più facile, comodo e immediato il trasferimento di capitali, liberandolo dall’impegno materiale richiesto dallo spostamento delle merci. Rispetto al secondo punto, Cassese fa notare poi come “l’apertura del vaso di Pandora della liberalizzazione dei movimenti dei capitali” (p.111), abbia portato globalmente, controbilanciando l’erosione del potere sovrano degli Stati descritta da Di Gaspare, anche consistenti effetti positivi di rimbalzo sulle economie nazionali degli Stati più poveri, che hanno visto aumentare considerevolmente nelle ultime decadi i propri livelli di reddito. Per questo motivo, sostiene Cassese, la globalizzazione deve essere ritenuta anche un fattore positivo di riequilibrio economico tra Paesi.

Nell’ultima parte del suo intervento, il Professore si è concentrato sugli aspetti politico-istituzionali, che occupano un posto centrale nell’analisi di Di Gaspare, mossa, nell’intento di presentare un quadro d’insieme ricostruito nella sua complessità e problematicità, dall’esigenza di scoprire e svelare le interconnessioni e interazioni tra Stati e mercati, tra decisioni politiche e ripercussioni di queste sull’economia. Nel volume, rileva il giurista, torna più volte il tema della critica del mercatismo, definito dall’autore come “la vulgata ideologica e mediatica a favore dei mercati”, accompagnata dalla fondata preoccupazione circa l’incapacità di reazione nel tempo delle istituzioni alla “dittatura dei mercati” e al potere finanziario espansosi erodendo quello politico. Una tesi, evidenzia Cassese, contemplata anche da uno degli autori di un recente fascicolo della rivista francese “Pouvoir” che discute, in linea con l’analisi di Di Gaspare, il problema della dittatura dei mercati. La teoria del mercatismo, insieme alla convinzione dell’autore, secondo cui la difficoltà nella gestione della crisi da parte degli Stati europei, derivi in gran parte dall’assenza di un centro politico forte e unitario e dalla presenza di una inefficace policrazia regolatoria, in cui a una pluralità di soggetti preposti alla vigilanza dei mercati si accompagna una regolazione debole, suscita interrogativi sulla forza istituzionale dello Stato. Cassese si chiede se si possa ragionevolmente presumere che gli Stati abbiano la forza di opporsi al mercatismo prevalente, rompendo la dittatura dei mercati, sia sotto il profilo ideologico sia sotto quello dell’azione concreta, se essi stessi si sono messi in condizione di dipendere e di essere regolati dai mercati. Accettando peraltro di affidare ad agenzie private di rating la decisione sulla propria sorte e sul costo del proprio debito. Se gli Stati si sono posti in condizione di essere schiavi dei mercati, indebitandosi per oltre quarant’anni e ponendosi così nelle mani dei propri creditori, non ci si può nemmeno aspettare, prosegue Cassese, una loro vera reazione. In altre parole, la debolezza delle istituzioni esisterebbe indipendentemente, e da prima della cosiddetta dittatura dei mercati, e non deriverebbe dunque dalla progressiva espansione dei poteri finanziari a scapito dei poteri statali.

Avviandosi verso le conclusioni, e mantenendo il focus sugli aspetti giuridico- istituzionali, il Professore si chiede se le varie misure prese a sostegno del sistema finanziario e bancario a fronte della crisi lascino presagire un ritorno in forza dello Stato, oppure consolidino un fenomeno diverso, in cui accanto a un ritorno dello Stato, si assiste alla parcellizzazione del potere di governo dell’economia, ripartito tra moltissimi soggetti alcuni dei quali sono attori, altri regolatori, altri organismi misti. Il primo fenomeno, caratterizzato dall’ampliamento del settore pubblico in vari Stati europei, si configurerebbe come l’ultima tappa del grande ciclo scandito dall’alternarsi di fasi storiche di intervento a fasi di lassez-faire: dal liberismo della fine dell’Ottocento, allo sviluppo della mano pubblica durante prima fase del Novecento dominata dalla Grande Crisi del ’29-33, dalle de-regolazioni avviate negli anni ’80-90, sino alla riconquista di un territorio a cui lo Stato aveva rinunciato sotto la pressione delle privatizzazioni.

Il secondo fenomeno, rilevato di recente nel richiamato fascicolo della rivista “Pouvoir”, mette in luce invece il processo che ha determinato una progressiva “de-monopolizzazione” del potere pubblico sull’economia, secondo un modello che vede il potere dello Stato, tradizionalmente unico detentore del potere di governo dell’economia, concorrere con una pluralità di organismi come i network di regolatori, il Basel Committee, multinazionali, organizzazioni non governative, nella definizione delle norme di regolamentazione e controllo sull’economia.

Interrogativi, quelli sulla forza dello Stato e sul modello di governo dell’economia che si sta affermando, che nascono dalla lettura del volume e che il giurista lascia volutamente aperti.

 

Ricollegandosi a Cassese, Lucio  Caracciolo riprende il tema, centrale nel volume, della finanziarizzazione dell’economia, arricchendo la discussione con alcune riflessioni sugli argomenti ben sviluppati da Di Gaspare delle strategie mediatiche e della crisi dell’euro. Caracciolo sottolinea da subito che il volume, nella sua ambizione e profondità analitica, rappresenta senza dubbio una formidabile operazione di riduzione della complessità, perché la materia è di dimensioni difficilmente padroneggiabili, a meno che non si abbia quello spiccato spirito di sintesi e vocazione alla provocazione dimostrati dall’autore ed  in grado di suscitare profonde riflessioni nei lettori,. Il volume “Teoria e critica della globalizzazione finanziaria” ricostruisce con uno sguardo d’insieme meccanismi e dinamiche dei mercati, riuscendo a spiegare non solo processo di finanziarizzazione, tema difficilmente razionalizzabile anche dagli stessi mercati finanziari (che si sono sviluppati ricorda Caracciolo attraverso meccanismi semiautomatici in cui le operazioni sono eseguite in tempi e modi che vanno oltre le capacità di comprensione della mente umana) ma anche come si è giunti al momento di rottura, rappresentato dalla crisi finanziaria.

Citando Marx e Braudel, Caracciolo ricorda che le fasi della finanziarizzazione dell’economia possono considerarsi come fasi autunnali che anticipano se non la fine del capitalismo, almeno la fine di una delle grandi fasi del capitalismo. La chiave di lettura proposta nel volume lascia presagire proprio questa percezione di svolta storica e sistemica, di passaggio da un vecchio a un nuovo paradigma.

Nella ricostruzione di questa fase delicata di passaggio a un nuovo sistema, di cui si fa ancora fatica a intravedere i connotati e la portata, il volume dedica grande attenzione  alle strategie di perpetuazione e auto-perpetuazione del vecchio sistema, basato su un equilibrio dollaro-centrico, messe in atto, secondo l’autore, con una certa coerenza strategica dagli attori principali del sistema, collocati nella sfera anglosassone, tra cui le agenzie di rating e il Fondo Monetario Internazionale. In particolare, secondo Caracciolo, di grande interesse è la tesi secondo cui tali attori avrebbero svolto un ruolo diretto nel provocare o alimentare la crisi dell’euro, a beneficio di una ripresa del dollaro. Anche perché tale tesi, sostiene Caracciolo, ci spinge a interrogarci su altri punti fondamentali, come il ruolo della comunicazione mediatica durante la crisi, e la questione dell’attacco all’euro.

Caracciolo trova di grande interesse, al di là delle teorie del complotto, comunque tenute a distanza da Di Gaspare, l’idea proposta dall’autore di un meccanismo di auto-riproduzione attraverso una forma di teatro del sistema dollaro centrico attraverso creazione di una realtà virtuale, concettualizzato dall’autore con il termine “reality”, che “non è negazione della realtà, bensì all’opposto è il consolidamento realistico dell’immaginario nella percezione collettiva”. Caracciolo è convinto che l’argomento della comunicazione di una sorta di percezione egemonica che serve sistema dollaro centrico sia di grande interesse e che in generale i meccanismi di riproduzione mediatica di realtà virtuali debbano essere assolutamente tenuti in considerazione in quanto possono in effetti provocare effetti reali e concreti formidabili, soprattutto in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo. A riprova di questo, richiama la vicenda in cui una mezza frase pronunciata dal presidente della BCE, prima interpretata in un modo poi reinterpretata dopo poche ore in un altro modo dalla stampa mondiale, nel primo caso avesse provocato un aumento vertiginoso dello spread in pochi minuti , salvo poi ripristinarne l’equilibrio con la seconda notizia. Il problema, quello dell’utilizzo del reality come strumento di potere, attiene però ai rapporti tra gestione dell’economia e della moneta e democrazia. e meriterebbe uno studio ad hoc, anche per le esigenze di decodificazione poste dall’utilizzo di un linguaggio volutamente oscuro, basato sul principio, come affermava un ex governatore della Federal Reserve, che se un banchiere centrale si fa capire vuol dire che ha sbagliato qualcosa.

Sul secondo punto, la crisi dell’euro, Caracciolo esprime delle riserve in merito alla tesi di Di Gaspare secondo cui c’è stato e c’è un attacco all’euro perpetuato dalla sfera anglosassone, in quanto il successo del’Euro potrebbe generare dinamiche centrifughe dal dollaro e quindi potrebbe metterne in discussione il signoraggio ossia indebolire la moneta che é contemporaneamente moneta di una nazione, la maggiore potenza economica, ma anche uno dei paesi più indebitati al mondo, e degli scambi internazionali. Caracciolo riconosce, in linea con l’analisi condotta da  Di Gaspare, che per un paese che fonda la sua potenza sulla credibilità, intesa anche come capacità concreta di attrarre risorse dal mondo esterno a sostegno della propria domanda aggregata questi meccanismi di dollaro centrismo hanno ricadute generali di potenza che riguardano sia il ruolo degli USA nel mondo sia la legittimazione interna di fronte ai propri cittadini. La crisi del sistema dollaro-centrico porterebbe dunque effettivamente alla cessazione di questo ruolo a livello internazionale e nazionale, mettendo in crisi lo stesso modello dell’ “american way of life”, che è la ragione sociale degli Stati Uniti.

Tuttavia, non si può pensare, sostiene Caracciolo, a un vero e proprio attacco all’euro, se non altro perché la debolezza istituzionale dell’Unione Europea elimina alla radice il problema del polo di potenza alternativo rispetto al sistema statunitense. Benché il tema dell’attacco all’euro sia particolarmente enfatizzato nel volume, Caracciolo resta dell’idea che la crisi dell’euro sia piuttosto da ricondurre a una vocazione suicida di noi europei, che abbiamo voluto costruire un sistema palesemente autodistruttivo, che concede alla BCE un potere di surrogazione rispetto all’assenza di un sovrano sulla moneta, o meglio alla difficile conciliazione di una pluralità di sovrani che perseguono obiettivi diversi, avendo problemi e culture monetarie diverse.

A chiusura del suo intervento, Caracciolo si sofferma brevemente su alcuni aspetti culturali della crisi, arricchendo la discussione sul tema del cambiamento di paradigma accennata nel libro. Caracciolo ricorda infatti che il fatto di non avere a disposizione strumenti analitici sufficienti rispetto a fenomeni di carattere epocale, può far scattare meccanismi irrazionali con effetti pericolosi. A questo proposito riscontra il dato che si è cominciato ad attribuire a Paesi che partecipano a uno stesso sistema, l’Unione europea, una qualificazione morale per cui essendo per esempio greci, italiani o tedeschi sono condannati ad avere certi “vizi” o “virtù”. Il caso greco è secondo Caracciolo un triste esempio di come questa percezione abbia reso il dato sul debito o sul deficit  meno importante rispetto alla qualificazione morale.

Questo ulteriore aspetto culturale della crisi, afferma Caracciolo, da una parte sega le basi stessi dell’idea e della costruzione dell’Europa, perché una distinzione di carattere morale tra gli attori di un progetto comune, non basandosi su dati quantitativi o comportamenti politici, ma su dati psicogenetici, squalifica o qualifica tali attori in modo definitivo; ma d’altra parte ci riporta al problema illustrato da Cassese della preoccupante debolezza dello Stato e della democrazia, in cui all’economia finanziarizzata, con fenomeni semiautomatici di riproduzione della crisi, con gli Stati che hanno lasciato campo ai mercati, tra cui le agenzie di rating diventate a tutti gli effetti degli attori politici, si aggiunge una pericolosa miscela culturale che mette in questione anche la legittimazione dei principi stessi che reggono nostre democrazie.

Il tema della responsabilità della politica e della debolezza delle istituzioni in particolare europee viene ripreso anche dagli ultimi due relatori, Alpa e De Cecco.

 

Guido Alpa conferma che uno dei principali meriti del volume è l’ aver esteso la ricerca trattando vari temi nelle loro interconnessioni, e soprattutto proiettandoli in una dimensione storica e un arco temporale molto più ampio rispetto a quello normalmente preso in considerazione dagli autori che hanno contribuito a creare la corposa letteratura  citata da Cassese. A differenza della maggior parte degli economisti, che nel spiegare la crisi di solito non vanno al di là del 2006 2007, Di Gaspare comincia dal 1944, ricostruendo un sistema globale che coinvolge, come richiamato dai precedenti relatori, anche una dimensione politica e culturale. Non si può infatti credere, sostiene il presidente Alpa, che la crisi sia un evento epocale che è maturato solo negli ultimi anni, di cui nulla si poteva sapere e prevedere, o che il processo economico proceda secondo schemi lineari, perché in realtà il sistema economico mondiale è stato connotato da una successione di crisi che hanno rotto qualsiasi continuità. La scelta dell’autore di non isolare l’analisi della crisi più recente rispetto a un contesto storico di lungo periodo è da ritenersi dunque di grande valore scientifico, perché evitando di consegnare la ricerca a operazioni di carattere meramente economico o matematico, consente di decifrare un fenomeno che è in effetti molto più complesso.

Alpa richiama così alcuni punti di ricostruzione della crisi proposta nel volume, come si sia costruito un impianto che ha dato vita a un’economia finanziaria drogata, che una volta esplosa ha prodotto ripercussioni su tutti i mercati a livello di rischi, costi e effetti recessivi.

Tralasciando la discussione approfondita sui temi economici non di propria competenza, Alpa si è soffermato brevemente sui punti del libro che discutono gli interventi adottati per arginare la crisi, distinguendo tra la strategia americana di esportare i rischi, e i prodotti tossici, all’esterno dei propri confini e la reazione europea. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, a conferma della tesi sostenuta nel volume, Alpa richiama il problema del risarcimento, che può ottenersi sì nei confronti dell’intermediario ma non nei confronti dell’emittente. Nella vicenda Lehman Brothers, per esempio, i risarcimenti sono stati riconosciuti solo a carico delle banche italiane, garantendo così un minimo di tutela agli investitori e risparmiatori, ma non hanno potuto raggiungere l’emittente collocato negli Stati Uniti. La giurisprudenza molto nazionalistica americana, afferma Alpa, impedisce infatti che un soggetto possa ottenere un rimedio per le risorse distrutte all’esterno per effetto di emittenti americani.

Per quanto riguarda l’Europa, il punto più critico è stato per le istituzioni europee e gli Stati membri individuare le modalità con cui agire, data l’assenza di un’autorità centrale per far fronte ai rimedi. Ogni Stato ha dunque proceduto per sé, anzi l’Italia è rimasta, sostiene Alpa, totalmente inerte, lasciando, nell’indecisione o incapacità di fare scelte politiche, che le cose degenerassero.

Come giurista, apprezza molto l’analisi molto accurata di Di Gaspare sul sistema europeo e dell’euro, che pone in luce come si è passati a costruire una moneta unica in grado di bilanciare l’egemonia della politica americana e del dollaro, e a delineare un modello giuridico economico straordinario e esemplare che aggiunge un correttivo di carattere sociale al capitalismo, in alternativa al modello americano. Alla luce delle connessioni, evidenziate nel volume, tra il sistema economico fondato sull’euro e il sistema politico europeo, la cui debolezza rischia di mettere in grave crisi-di fronte alla concorrenza con gli altri sistemi- lo stesso modello politico europeo, il giurista ritiene fondamentale e giusta l’indicazione del rafforzamento politico dell’UE sotto profilo del federalismo.

Nelle conclusioni dell’intervento, ricollegandosi al tema del cambiamento del paradigma preso in esami dai precedenti relatori, Alpa ha espresso la convinzione che stiamo assistendo all’avvicinarsi di una nuova dimensione, una fase strutturale del tutto nuova, in cui dovremmo sapere utilizzare saggiamente gli strumenti economici politici e giuridici che abbiamo elaborato in passato, facendo tesoro degli errori commessi al fine di non ripeterli. In questo nuovo contesto, Alpa ritiene fondamentale intervenire sui mercati con direttive molto precise, rafforzando il quadro della regolamentazione economico-finanziaria con autorità indipendenti, a progressiva sostituzione della magistratura, la cui risoluzione dei casi concreti a livello microeconomico, non può offrire una risposta adeguata alle problematiche poste dai mercati, che per loro natura richiedono una soluzione di tipo sistemico.

 

Il dibattito è proseguito con l’ultimo intervento dell’economista  Marcello De Cecco che ha ripreso alcuni temi precedentemente discussi offrendo al contempo nuovi spunti di riflessione.

Come emerso nel corso del dibattito, De Cecco considera di grande valore scientifico il carattere interdisciplinare del libro, che permette di costruire una ricca ricostruzione istituzionale  insieme ad argomenti di tipo economico. Lo sguardo del giurista è infatti utile a mettere in luce interconnessioni e aspetti fondamentali per comprendere non solo la crisi ma tutto il sistema economico in cui si è inevitabilmente sviluppata.

De Cecco richiama l’argomento del keynesianismo finanziario sviluppato da Di Gaspare, di grande interesse, perché a differenza della classica definizione di keynesianismo, che ha a che fare con l’economia reale e con la moneta, quello finanziario analizzato nel volume è il keynesianismo dei debiti, pubblici e privati, sul quale il sistema si è retto per oltre quarant’anni e che spiega come la nostra storia economica si identifichi con la storia dei debiti.

La storia dei debiti che provoca l’esplosione della crisi finanziaria, è ricostruita nel volume dando pieno risalto a dinamiche che si sono accavallate l’una sull’altra, provocando conseguenze non intenzionali sicuramente non prevedibili dagli attori del sistema.

Nell’inadeguatezza delle istituzioni europee, gli Stati hanno, secondo De Cecco, reagito con un ritorno ai nazionalismi, con la Germania in testa che ha cercato di sfruttare la propria potenza economica per mettere la prima e ultima parola su ogni decisione politica in ambito europeo. Ma non solo, la gestione della crisi, e anche su questo De Cecco afferma come non si possa dare torto a Di Gaspare, è passata in gran parte attraverso il simbolismo e il reality, che si sono progressivamente sostituiti alla realtà. Per due motivi. Da una parte perché il reality permette ormai attraverso la comunicazione mediatica di incidere sulla realtà più di quanto non si potrebbe attraverso azioni concrete, dall’altra perché crea la percezione e l’informazione sufficiente alla politica per ingraziarsi l’elettorato. Alla base c’è, sostiene De Cecco, l’irresponsabilità dei politici di fronte alla proprie decisioni, dovuta alla consapevolezza che qualunque azione, in un complesso gioco di variabili e dinamiche, difficilmente può conseguire il risultato sperato.

L’economista chiude il suo intervento suscitando una riflessione sul ruolo degli economisti nel cogliere anticipatamente le dinamiche di instabilità ricostruite nel volume. Richiamando l’aneddoto orientale dell’uomo che si trova sotto un lampione alla ricerca di una chiave non perché ci sia la chiave, ma semplicemente perché c’è la luce, spiega perché non si sia dato credito, prima della crisi, alle teorie di quegli economisti che la crisi l’avevano prevista, e si sia creata la convinzione, rafforzata dalla domanda della Regina Elisabetta agli economisti della London School of Economics sul perché questi non avessero colto gli enormi rischi a cui erano soggetti i mercati finanziari, che la teoria economica come scienza abbia fallito nella sua capacità di spiegare e prevedere. In realtà come l’uomo che cerca la chiave sotto il lampione perché vi è la luce, non la chiave, per tutti questi anni si sono volute vedere le teorie e le previsioni economiche più convenienti, perché sino a un certo punto sono state in grado di mantenere un gigantesco sistema di profitti.

Prende infine la parola il prof Di Gaspare per ringraziare i  presenti per l’attenzione al dibattito sul suo libro ed i relatori per gli apprezzamenti e le osservazioni di cui terrà conto nella propria riflessione di studioso.

 

 

G. Alpa, L. Caracciolo, S. Cassese, M. De Cecco, M. Egidi, S. Maffettone